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Lavoro quindi sono

Il cambiamento nelle nostre vite iniziato il 9 marzo 2020 sembra toccare situazioni che nessuno avrebbe potuto immaginare solo pochi mesi fa, al brindisi d’inizio anno. Stiamo subendo un tale terremoto, che, per certi versi è paragonabile alle conseguenze delle guerre del novecento. Tuttavia, in questo caso, non c’è stata nessuna bomba, ne devastazione, ma tanti morti, due mesi di barricamento dentro le nostre case e per tanti il lavoro è letteralmente sparito dall’oggi al domani. Dicono che il dopo lockdown sarà diverso dal prima, ma ora la lettura è in chiave tutta negativa: manca il lavoro, non solo in Italia, ma anche in tutta Europa e paurosamente negli USA, con più di 30 milioni di disoccupati. Proprio da qui può essere interessante ripensare al concetto di lavoro, sviscerandolo fino all’essenza stessa della parola. E’ un’attività del tutto umana, che appare e poi scompare in continuazione, ma nel corso della storia ha assunto mille sfumature ed accezioni anche dimenticate.

Un primo contributo su cui ragionare: lavoro per tutti, perché senza lavoro per tutti, non ci sarà dignità per tutti. “Nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime ed accresce la dignità della propria vita. Lavorando noi diventiamo persone accresciute e la nostra umanità fiorisce…. Si diventa adulti solo lavorando. Attorno al lavoro si riunisce l’intero patto sociale…. Senza il lavoro la stessa democrazia entra in crisi….  Il lavoro di oggi è diverso da quello di ieri e da quello di domani, ma comunque dovrà essere lavoro, non pensione o mera sussistenza. E’ la differenza tra sopravvivere e vivere” (Papa Francesco 27/05/17, Genova)

Un secondo contributo ce lo fornisce in maniera incredibilmente esplicita la nostra Costituzione all’art. 1: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro“. Quindi se ne deduce che togliere il lavoro e sfruttare la gente sarebbe perfino anticostituzionale. Un’affermazione non da poco, soprattutto alla luce magari delle deviazioni liberiste che hanno imperversato negli ultimi decenni, per le quali il lavoro è mero strumento dell’economia, va meritato ed è sinonimo di successo personale, esclusivo, anche se possibilmente smisurato. E’ indifferente a tutto e a un procurato squilibrio “ecologico”, a scapito degli altri lavoratori, della socialità e, perché no, dell’ambiente.

Il terzo contributo è costituito da una visione più d’insieme, diciamo ecologica. L’ecologia studia le relazioni tra organismi viventi e l’ambiente in cui essi si sviluppano. Anche una società è immersa nell’ecologia e deve pertanto riflettere sulla condizioni di vita e di sopravvivenza. Oggi, di fronte alla vastità della crisi sociale, ambientale, economica, la nostra società ha l’opportunità di fermarsi a ripensare il modello di sviluppo che la pervade. Non tutto è cattivo e da buttare, sia chiaro, ma senza dubbio la visione egoista del “vinca il migliore”, o del “il mercato si autoregola” e che le regole del mercato debbano essere superiori a qualsiasi altra norma, è sotto gli occhi di molti essere  un progetto da rigettare. Comporta sfruttamento dei più, dell’ambiente, dell’Uomo, quindi dell’ecologia. Non siamo quindi davanti ad una crisi solo ambientale, che per altro va ancora focalizzata nei suoi reali aspetti, ma anche ad una sociale. I due aspetti sono solo due facce della stessa inscindibile medaglia. Anche questa relazione intima e interconnessa tra Umanità e ambiente va chiarita: non esiste un Terra senza gli esseri umani che la vivono, perché non sarebbe più Terra, ma un qualsiasi pianeta inconsapevole di se stesso. Siamo proprio noi con la nostra umanità e coscienza a rendere il nostro pianeta un qualche cosa, almeno fino ad ora, di incredibilmente unico. Quindi la nostra esclusiva consapevolezza di esistere ci deve anche portare necessariamente a tutelare, per quanto possibile, l’ecologia che ci pervade, quindi l’ambiente.

Tutti questi e tanti altri ragionamenti attorno al concetto di lavoro sono validi, ma spesso sono gli unici sviscerati e discussi. Tuttavia, per comprendere ancor meglio, è necessario provare ad andare oltre, leggendo la parola “lavoro” in modo etimologico. Scopriamo così, tanti ed ulteriori significati, che hanno contrassegnato il termine lavoro nel corso del tempo e della storia dell’Umanità.

Che cos’è davvero il lavoro?

In senso lato, qualsiasi esplicazione di energia (umana, animale, meccanica) volta a un fine determinato” (Eciclopedia Treccani). Più comunemente, l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’Uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale. Con queste definizioni pare che sia dato per scontato che il lavoro è intriso di denaro, cioè è tale solo se presuppone il compenso monetario.

il lavoro è fatica

In realtà il termine lavoro deriva dal  latino labor , che ha come principale significato la fatica. Nell’etimologia delle varie lingue europee, il significato originario di questa parola, pare concentrarsi sui accenti negativi, quali, dolore (travaillé; trabajo), servitù (Arbeit), urgenza (work). Ancora più indietro nel tempo il termine lavoro, nella radice sanscrita labh-, in senso letterale, significa afferrare, e in senso figurato, vuol dire anche desiderio, intento, oppure intraprendere, ottenere…  Pure nel greco antico con il verbo λαμβάνω (lambano) si esprime l’idea di afferrare, prendere, ottenere, come nella stessa radice sanscrita di cui sopra. Da tutto ciò, potremmo concludere che il lavoro è un’attività faticosa, che ha l’intento di ottenere risultati (economici), che il lavoratore si prefigge di raggiungere. Ma più complessivamente è evidente che, almeno sin dalla notte dei tempi la parola lavoro appartiene all’universo semantico della povertà, della fatica e, pure, del dolore. Nella Bibbia il lavoro è per fino una  iniziale maledizione, una pena per aver peccato nel voler assaporare il frutto della conoscenza. (Genesi 2.15). “Con fatica ricaverai il cibo tutti i giorni della tua vita”e ancora: “Ti procurerai il pane col sudore del tuo volto” (Genesi 3.17-18).

il lavoro è punizione divina

Sin da qui si profila la contrapposizione, tra le altre, di lavoro e conoscenza. Nella Bibbia, la punizione inflitta con il lavoro, è il castigo per aver aspirato alla conoscenza. Similmente nel mondo greco antico, l’episodio di Ulisse e le sirene nell’Odissea ha anche questo significato: il passare indenni davanti alla conoscenza (le sirene), ha come contropartita il lavoro bruto ai remi e le orecchie tappate. Troviamo già qui una prima manifesta contrapposizione tra otium e labor. Nel mondo greco e romano, il primo non esclude la fatica fisica, ma intesa solo come esercizio ginnico o marziale, oppure l’attività intellettuale, come lo scrivere, la politica e le arti. Nel labor invece vi è l’implicito disprezzo per l’inevitabile fatica necessaria a procurarsi il cibo.

Già Aristotele, però, auspica una diminuzione del lavoro, in funzione dello sviluppo tecnologico: “se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo… così anche le spole tessessero da sé e i plettri toccassero la cetra, i capi artigiani non avrebbero davvero bisogno di subordinati né i padroni di schiavi” (Politica, 1253b, 33-39). Per tutto il successivo Medioevo si perpetuò questo contrasto tra la vita contemplativa e vita activa. Allo stato ecclesiastico era riservata  la contemplazione e la cura delle cose spirituali, mentre lo stato mondano si occupava delle cose pratiche, active, dunque del lavoro. Forse l’unica eccezione rivoluzionaria fu costituita dalla Regola di San Benedetto, con il motto “ora et labora” , dove il lavoro viene visto come affine all’opera della creazione, e quindi come preghiera esso stesso. Tuttavia l’innovativa visione benedettina rimase minoritaria nel mondo cattolico, mentre si affermò secoli dopo in quello protestante.

lavoro perché servo Dio

Con Lutero e Calvino il lavoro assume un’accezione nuova: esso diventa vocazione,chiamata, dovere, in tedesco Beruf. (cfr Max Weber L’etica protestante e lo spirito del capitalismo). Con questi autori il lavoro diviene il fondamento dell’esistenza del buon cristiano, poiché lavorare assume il significato di servire Dio, mentre l’ozio assume il significato assai diverso dal mondo classico, divenendo attività contro natura, peccato. Il valore religioso del lavoro configura l’imprenditore pio, che realizza nel lavoro la propria esistenza. Si realizza un capovolgimento del concetto, che pone le basi del sistema capitalistico, dove il lavoro inizia ad assumere un significato positivo. Ciò che in Lutero e Calvino si manifesta per la prima volta sotto specie religiosa, viene portato da Hegel nell’ambito della filosofia. Tale esso rimarrà fin tutto l’Ottocento e attraverso Marx conserverà un doppio significato, da una parte il lavoro è attività specifica dell’Uomo, diversamente dagli animali, ma è anche nelle condizioni del capitalismo lavoro forzato, alienato quindi da liberare. A fianco di queste concezioni rimangono comunque quelle ad esempio di Tommaso Campanella (La città del sole) e Tommaso Moro (Utopia),  che vedono ancora il lavoro come una maledizione da ridurre (Moro a sei ore, Campanella, più radicale, a quattro ore). Nietzsche è la punta più esplicita e più alta di questa visione.“Senza l’ideale dell’ozio dell’antica Grecia, non sarebbe esistita la filosofia di Platone e di Aristotele”. Di qui Nietzsche trae la sua conclusione per il presente: “Chi non ha due terzi della sua giornata tutti per sé è uno schiavo, non importa come si chiami: mercante, statista, impiegato o erudito”. E oltre: “chi lavora è innocuo, nel lavoro consuma la maggior parte della sua energia nervosa, che viene sottratta alla riflessione, al sogno, all’amore o all’odio e soprattutto a ogni seria forma di progettualità”. In pratica lo Stato e la società procedono secondo il principio: “il lavoro è la miglior polizia”. E così pian piano, nella convinzione comune, il lavoro da fine diventa mezzo per potersi permettere tempo libero, vacanze, consumi, viaggi. Nasce il concetto di consumismo, un eco lontano dell’equazione: ricchezza uguale benedizione di Dio, quindi consumo. Così la parabola del lavoro come fine dell’umanità, fonte di conoscenza mediante la trasformazione del mondo, si chiude. Il lavoro, come ebbe a dire Marx, laddove è possibile, viene “fuggito come la peste”, anche se, ovviamente, viene anche cercato da chi non l’ha e dunque non riesce a sopravvivere senza. Viene fuggito il lavoro, viene fuggita la disoccupazione. L’ambivalenza del concetto permane. (Enzo Rutigliano)

lavoro per realizzare appieno me stesso

Tommaso Moro nell’Utopia (a.D. 1516) dice:Bisogna creare qualche fonte di sussistenza perché nessuno si trovi nella crudele necessità di rubare prima, e poi morire. Similmente la giornalista e teorica politica Hannah Arendt afferma che “ Non c’è niente di più spaventoso di una società fondata sul lavoro, rimasta senza lavoro”.  Queste parole sembrano calzare sull’attuale situazione drammatica di emergenza, sanitaria, ma sempre più economica: in questi e nei prossimi mesi milioni di italiani non avranno un’entrata garantita. Di fronte alla crisi sociale, è giusto chiedersi se sia arrivato il momento di mettere l’Uomo al centro. Il lavoro quindi non è più il fine assoluto, ma la via migliore per realizzare l’essere umano. Una società evoluta è tale se permette agli individui di svilupparsi in modo libero, creativo, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Forse l’unico modo per ottenere questo nuovo traguardo potrebbe essere quello di garantire a tutti i cittadini lo stesso livello economico almeno di partenza: un Reddito Universale per diritto di nascita, destinato a tutti, dai più poveri ai più ricchi, finalizzato a permettere lo sviluppo della persona, tramite la giusta sicurezza economica. In questo momento di difficoltà, se fosse già stato attivato il reddito universale, avrebbe evidenti ricadute positive, quali una sicurezza economica, nemmeno emergenziale, ma molto meglio, routinaria. Come possiamo tristemente constatare in questi mesi, quando le economie scivolano in recessione, si crea un “effetto moltiplicatore”: le persone perdono il lavoro, per tanto spendono meno e quindi l’economia si restringe ulteriormente e il denaro pare scomparire dalla circolazione. Il reddito universale, chiamato anche Basic Income, manterrebbe attiva l’economia e bassa l’incidenza della povertà nella popolazione; vale a dire un reddito “versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo di risorse né esigenza di contropartite” ( Van Parijis, Vanderborght 2006, p. 37). Questa potrebbe essere l’ultima innovativa interpretazione del concetto stesso di lavoro.

Solo con queste garanzie incondizionate e questa fiducia in ogni essere umano da parte dello Stato, fattosi comunità, ci si riesce effettivamente ad emancipare da quella fatica e sudore sopra espressi, fino a giungere al lavoro come godimento della realizzazione di sé.  Certo, idealmente sarebbe così, ma non tutti in ogni caso raggiungerebbero sempre i propri “sogni” e gli obiettivi prefissati. Proprio per questo motivo la società dovrebbe credere in ognuno, assicurando un sostegno incondizionato anche nei momenti difficili e, perché no, anche alle persone a cui nessuno darebbe fiducia.  Il reddito universale è “un programma politico radicale mirato a implementare la giustizia sociale”(Offe, 2005 p.15).  Con esso si dà la libertà al cittadino di essere l’artefice della proprie scelte, anche lavorative. Il reddito universale è quindi diverso dal Reddito di Cittadinanza, perché in quest’ultimo il fine è in realtà fornire al disoccupato un lavoro qualsiasi, che deve accettare, pena la perdita del reddito.

Recentemente Luigi Ferrajoli ha fissato le 5 ragioni teoriche a favore della garanzia di un reddito universale generalizzato svincolato dal bisogno:

a) si accorda con l’universalismo dei diritti fondamentali e ne garantisce una piena ed automatica formalizzazione;

b) risulterebbe esclusa qualsiasi connotazione caritatevole ed eliminato il rischio che possa configurarsi come uno stigma sociale del non lavoro;

c) sottrarrebbe i lavoratori precari dal ricatto del massimo sfruttamento fortificandone l’autonomia negoziale;

d) avvantaggerebbe i soggetti più deboli e soprattutto le donne affrancandole dalla schiavitù domestica;

e) salterebbe la mediazione burocratica, semplificando le procedure e comportando discreti risparmi nell’eliminazione di improduttivi controlli di tipo disciplinare e lesivi della privacy (Ferrajoli 2007, p. 408).

Su questa scia di pensiero è nata l’Associazione mondiale per il Basic Income (BIEN), con al suo cuore la pubblicazione, in formato elettronico, in USA dei “ basic income studies”, e progressivamente si sono formate numerose ramificazioni nazionali (Italia ), alcune delle quali di grande prestigio, anche universitario.

il reddito universale rende migliori i cittadini

Alcuni test dell’applicazione, sia pure su piccola scala, del reddito universale hanno dimostrato importanti vantaggi, anche imprevedibili. Ad esempio, a seguito dell’introduzione del reddito universale è stata documentata una diminuzione dei problemi fisici e mentali, un aumento del tasso di laureati e, in generale, benefici nell’espressione delle qualità dei cittadini. Tutto ciò, si traduce però con una tendenza nei partecipanti a lavorare meno, soprattutto per professori e universitari, ma a favore di un maggiore investimento del proprio tempo nello studio. Le madri invece, scelgono di lavorare meno, ma per passare più tempo con i figli (Mincome Dauphin Canada). Nel 2012 Harvard e il Mit di Boston hanno sperimentato la misura in un’area del Kenya, integrando i redditi degli agricoltori fino a raggiungere l’equivalente del salario medio annuo nel Paese africano. I risultati sono stati molto positivi: i fondi erogati, non solo non sono stati spesi per “beni di tentazione”, come alcol e tabacco, ma la maggior parte delle famiglie ha speso le nuove entrate per garantire un’alimentazione più sana ai bambini. Sono stati documentati miglioramenti nel campo dell’istruzione, della nutrizione, della piccola imprenditorialità, dei guadagni a lungo termine, del benessere psicologico e dell’aspettativa di vita.

Il problema di fondo per questo genere di misure di welfare potrebbe sembrare la sostenibilità economica del bilancio pubblico. Il reddito universale, sia pure modulato ad esempio sul reddito percepito da lavoro, avrebbe comunque costi enormi. In realtà, pur esulando da questo specifico approfondimento sul tema lavoro, va detto che i cospicui costi del reddito universale, possono essere assolutamente compatibili con il concetto moderno di moneta fiat e delle teoricamente illimitate disponibilità economiche da parte della Banca Centrale di un qualsiasi Stato credibile.

il reddito universale la tecnologia e la cura delle disuguaglianze

Credo sia importante ridare una veste neutrale al concetto di lavoro e riconoscere che il lavoro di per sé è una scatola vuota, che assume accezioni positive o negative a seconda dei casi. Inoltre è necessario rifiutare il paradigma unico per cui, la realizzazione individuale deriva necessariamente dal lavoro e che qualsiasi lavoro accresce la dignità dell’individuo. Siamo sicuri che il reddito guadagnato col duro sacrificio sia più dignitoso di quello ricevuto gratuitamente, per il periodo necessario alla realizzazione della persona? Allo stesso tempo, l’introduzione dell’reddito universale aumenterebbe il potere contrattuale dei lavoratori, specialmente di quelli con salari più bassi, proprio perché fisserebbe un livello minimo di salario. Secondo Marcuse qualunque tipo di società, per sopravvivere, richiede una qualche repressione dell’istintualità, necessaria per svolgere attività lavorative, denominata repressione fondamentale. Nella società capitalistica, tuttavia, c’è una repressione addizionale che determina una condizione di alienazione e di sacrificio sistematico del principio del piacere. Lo sviluppo tecnologico ha reso possibile pensare un mondo in cui non solo la repressione addizionale possa essere abolita, ma anche quella fondamentale sia superabile e gli uomini possano evitare di reprimere i propri istinti (positivi) e le proprie passioni.

Si arriva così alla sostituzione del principio di prestazione con il principio di piacere. Come già intuito da Aristotele migliaia di anni fa, si deve avere fiducia nel progresso tecnologico, alla condizione vincolante che si riconosca la non neutralità di esso e si abbia la consapevolezza che, in assenza di un cambio di paradigma sul valore da (non) attribuire al lavoro, il progresso tecnologico rischia di causare crescenti solo diseguaglianze e polarizzazioni dei redditi. Se risposte parziali, oggi di moda, come il tele-lavoro, lo smart-working e la settimana lavorativa corta possono rispondere ad alcuni di questi problemi, la domanda e la sfida fondamentale resta la seguente: scommettendo nelle possibilità offerte dalla tecnologia, riusciremo a emancipare l’uomo dalla necessità del lavoro salariato? Come possiamo pensare una società giusta, che fonda il sostentamento dei suoi individui sul potenzialmente iniquo ricatto della prestazione lavorativa?

Nella vita dell’antico contadino il lavoro era il disperato, impotente tentativo di stare aggrappato al capriccioso seno della Natura: ora non è più così. A grande prezzo e con umanissimo sforzo d’ingegno e progresso, i nostri avi ci hanno riscattati dal lavoro come servaggio in perenne scacco. Il lavoro può diventare per tutti libertà di realizzarsi e quindi di essere parte integrata e fondamentale della società civile.

Fausto Cavalli

 

dott. Agronomo, Agrometeorologo, studioso di clima, meteorologia ed economia.