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Energia, ecologia, sostenibilità

Il male oscuro che colpisce gli allevamenti da latte diffusi in particolare nella Pianura Padana si chiama “latte sotto costo”. Da anni, direi da almeno un decennio, il latte che produce un allevamento è venduto all’industria casearia ad un prezzo inferiore a quello di produzione (0,40 euro/litro con un costo di 0,50). Stiamo parlando di un fenomeno che riguarda decine di migliaia di aziende e che muove almeno il 70% del latte italiano e quindi delle conseguenti trasformazioni lattiero casearie del calibro di: Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Provolone, Gorgonzola, ecc. In considerazione poi che il prezzo del latte è in questo momento perfino in calo ed equivarrebbe, calcolandolo con le vecchie lire, al prezzo dei primi anni novanta, è del tutto evidente che siamo di fronte ad una situazione sempre meno economicamente sostenibile. A ciò si aggiunga che le famose quote latte istituite dalla UE nel lontano 1987  e che ponevano un tetto produttivo, cesseranno al 31/03/15. Quindi tutti a produrre ancora più latte? Non pare proprio. La terra disponibile per le coltivazioni è sempre di meno e così anche quella utilizzabile a norma di Direttiva Nitrati per gli spandimenti dei reflui. A fronte di un prezzo del latte così basso, conti alla mano, al produttore non conviene più aumentare la produzione, pena la moltiplicazione delle perdite. Si perché in questo campo di attività economica, l’effetto positivo della così detta economia di scala non funziona tanto bene. Ma allora cosa può fare il “povero” allevatore per sopravvivere come azienda?

La risposta in sé è piuttosto semplice: cambiare approccio.

Sin dagli anni ottanta l’allevatore padano ha cercato di compensare l’assottigliamento dei margini economici con l’aumento delle produzioni e quindi della dimensione di allevamento. Di fatto ha inseguito un fantasma, che ovviamente non solo non ha mai raggiunto, ma si è perfino allontanato.  In questo le Organizzazioni sindacali ed associative, che hanno promosso da sempre quella soluzione, non paiono essere state molto lungimiranti. Allora proviamo a sintetizzare le problematiche che l’allevatore ha davanti a sé:  vende il latte sotto costo  e l’allevamento risulta carente di terra disponibile, rispetto a quanto richiesto dalle normative europee.  Riguardo al prezzo il singolo allevatore può fare poco, non avendo, se da solo, alcun peso contrattuale rispetto all’acquirente industriale. Però è altrettanto vero che potrebbe rivolgersi al consumatore finale, trasformando direttamente parte del proprio latte. In questo caso il valore aggiunto varrebbe fino a 40.000 euro/anno di utile netto, per soli 100 litri di latte al giorno trasformati e venduti direttamente.  La scelta di destinare parte della produzione alla vendita diretta è accompagnata, per di più, da evidenti ricadute di tipo ecologico: minor uso d’imballaggi, minore strada compiuta dalle merci, maggiore attenzione all’ambiente per quanto riguarda le coltivazioni e gli spandimenti dei reflui (si è più virtuosi se si sa che la gente, cioè i clienti ti osservano …).

Esiste poi un’altra risorsa che l’allevatore di una certa dimensione, con più di 100-200 vacche, potrebbe sfruttare: le deiezioni. Se fatte passare in un bio-digestore, la conseguente produzione di biogas e successiva trasformazione in energia elettrica rinnovabile permette un risparmio di utilizzo del petrolio e gas fossile. Si badi bene che questo processo comporta un  miglioramento delle caratteristiche nutritive-agronomiche del liquame di origine, oltre che un significativo tornaconto da parte dell’allevatore. Il “digestato”, cioè quanto esce dal digestore, avrebbe caratteristiche simili al concime di sintesi che normalmente l’agricoltore utilizza a compendio di quello organico. In questo modo si abbatterebbe il consumo di concime chimico, derivante dal petrolio. Interessante vero? Ma non basta, la sola produzione di 100 kWh di energia elettrica vale attualmente per l’allevatore un utile netto, dedotte tutte le spese, pari a circa 70.000 euro all’anno. Ecco allora che lo sfruttamento energetico e il miglioramento ecologico sarebbero coniugati al concetto di sostenibilità. Tra l’altro, le soluzioni sopra espresse per l’allevamento bovino possono valere anche per quello suino, che è caratterizzato dalle medesime criticità e potrebbe avere analoghe soluzioni. Certo che alla base di questo cambiamento deve esserci un cambiamento positivo di mentalità, che permetta di cogliere le occasioni offerte da un mercato, oggi particolarmente attento a questi aspetti. Tra l’altro, se l’agricoltore/allevatore non sarà in grado entro breve di essere protagonista consapevole, nel giro di pochi anni potrebbe essere posto ancor più in un angolo dalle nuove fosche regole previste dall’accordo TTIP (Transatlantic Trade & Investment Partnership), in procinto di essere firmato tra l’Europa e gli Stai Uniti. Con questo trattato nascerebbe la più grande area di “libero” scambio del mondo, con l’abbattimento dei vincoli normativi fra Europa e USA. Da diversi mesi lo stanno negoziando, nella totale e massima segretezza, il Governo americano e la Commissione Europea, nonostante gli effetti potrebbero letteralmente sconvolgere il nostro modo di vivere. Da quello che si può per ora intuire, oltre alle cosiddette barriere tariffarie, cioè i dazi, saranno interessate anche le barriere non tariffarie, in particolare quelle che riguardano i controlli e gli standard qualitativi richiesti per i generi alimentari, norme sui prodotti chimici in agricoltura, ecc. L’accordo andrebbe a discapito dei Paesi come il nostro che, specialmente nel settore agro-alimentare, ha issato controlli e standard qualitativi molto alti. Con questo accordo si aprirebbe la possibilità di libero commercio di carni di animali trattati con gli ormoni e antibiotici e la inevitabile perdita della tutela da parte dei prodotti tipici a denominazione d’origine controllata e garantita, capisaldi delle nostre eccellenze alimentari. Solo un’agricoltura sostenibile e fortemente consapevole del proprio nuovo ruolo potrà competere e sopravvivere agli scenari futuri.

 

Fausto Cavalli

Agronomo esperto di agricoltura, energie rinnovabili, economia e politica