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Salviamo il latte italiano

Il monitoraggio condotto su un campione di allevamenti bresciani e cremonesi ha dato come risultato per l’anno 2015 un costo per litro latte mediamente pari a € 0,48, a fronte di un ricavo pari a € 0,41 (IVA compresa).Il costo è stato calcolato, sommando l’incidenza dei costi di tutti i fattori produttivi per litro di latte venduto.

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Osservando i medesimi risultati negli ultimi 10 anni, questa differenza a sfavore del produttore di latte risulta più o meno costante.  Detto in altro modo: il sistema allevatoriale accetta da almeno un decennio di percepire dal latte venduto meno di quanto ricavi, cioè di produrre sotto costo! Un risultato a dir poco imbarazzante anche per le stesse Organizzazioni così dette Sindacali Agricole, che tutti gli anni annunciano “grandi battaglie”, ma che poi “gettano la spugna con grande dignità”. In realtà la medesima situazione la si può osservare anche negli Paesi europei, con costi di produzione sempre inferiori ai ricavi per litro (EMB).Immagine
Interessante è anche osservare come si è mosso negli ultimi 30 anni il prezzo del latte al consumo, in relazione al prezzo medio pagato dall’Industria ai produttori:
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Il confronto risulta drammatico: a fronte di un prezzo medio attuale che non supera i 32 cent/litro, pressochè identico a quanto percepito nel lontano 1993, il prezzo al consumo è aumentato da € 0,85 a € 1,41 per litro (media latte prezzo del latte fresco pastorizzato Clal.it). Il margine differenziale con tutta evidenza è andato ad ingrassare gli anelli successivi alla produzione primaria nella catena del valore della filiera latte, cioè Industria e Grande Distribuzione.
Di seguiti si riporta l’analogo andamento dei prezzi al consumo ed alla produzione riscontrato in Germania. E’ interessante notare che il prezzo del latte attualmente pagato dal consumatore tedesco è inferiore all’Euro, mentre in Italia supera l’€1,40 per litro, nonostante all’origine l’allevatore tedesco sia pagato su per giù alla stessa stregua di quello italiano. E’ del tutto evidente che tale differenza di prezzo al consumo non possa essere spiegata da maggiori costi pagati dall’industriale italiano nella trasformazione rispetto a quello tedesco.
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A questo punto alcune domande sorgono spontanee: dove è finito il valore percepito dall’allevatore italiano ai primi anni 90?
Perché dell’evidente stasi del prezzo riconosciuto all’allevatore, non ne ha beneficato il consumatore?
Perché in Germania il latte costa di meno che in Italia?
Com’è possibile che l’allevatore medio venda il proprio latte sotto costo e l’azienda economicamente sopravviva?
A quest’ultima domanda esiste una spiegazione altrettanto sconcertante: la sostenibilità economica delle aziende, nonostante un costo litro latte inferiore al ricavo, quando c’è, è data dalle vendite dei bovini di scarto e soprattutto dalla PAC (Politica Agricola Comune), costituita da pagamenti diretti agli agricoltori. Si badi che la PAC, fin dal 1958 è posta tra le priorità dell’Unione al fine di “assicurare l’approvvigionamento alimentare sicuro e a prezzi ragionevoli e un reddito equo per gli agricoltori”. Tuttavia è evidente che, a fronte di uno scarto negativo tra prezzo pagato dall’Industria all’allevatore e costo litro latte, il pagamento della PAC non risulti altro che un contributo dato solo in apparenza al produttore di latte, ma in realtà messo a disposizione degli anelli successivi alla fase primaria e cioè Industria e Grande Distribuzione. Detto in altro modo, ciò vuole dire che la notevole mole di finanziamenti data dall’Unione Europea, cioè dai contribuenti, agli agricoltori, va a finanziare, non già la stessa agricoltura ed il “reddito equo” agricolo, ma la speculazione e gli interessi delle parti più forti della filiera latte.

Fausto Cavalli

 

Agronomo esperto di agricoltura, energie rinnovabili, economia e politica