BEGIN TYPING YOUR SEARCH ABOVE AND PRESS RETURN TO SEARCH. PRESS ESC TO CANCEL

Er pasticciaccio brutto de…le quote latte

Il regime delle quote latte è uno strumento di politica agraria comunitaria che impone agli allevatori europei un prelievo finanziario per ogni chilogrammo di latte prodotto oltre un limite stabilito (quota latte). Curiosamente sono gli acquirenti di latte (latterie, caseifici, ecc.) a fungere da sostituti d’imposta. La quota è dunque “una sorta di autorizzazione amministrativa a commercializzare il latte senza pagare penale”. Scopo delle quote latte era evitare che la produzione di latte europea, diventando eccessiva, portasse a cali nel prezzo di vendita alla stalla, con quindi perdita di profitto per gli allevatori. Il quantitativo di riferimento di produzione di latte fu fissato con il reg. Cee 856 del 1984. Per l’Italia si presero a riferimento i presunti quantitativi di latte consegnati dai produttori alle imprese di trasformazione riferiti al 1983: le rilevazioni indicarono che il totale venduto dai produttori ammontava a 8.823 milioni di tonnellate. Tuttavia il nostro Paese era tra i pochi, oltre a Spagna e Grecia, a non registrare in quel periodo alcun eccesso produttivo, anzi importava la metà del latte consumato.

Inoltre molti hanno contestato sin dall’inizio l’attendibilità delle cifre relative alla produzione di latte nel 1983, sostenendo che queste hanno ampiamente sottostimato la produzione effettiva. Il Ministro dell’Agricoltura allora in carica, Filippo Maria Pandolfi, ammise l’errore e lo attribuì all’Istat, promettendo che comunque le eventuali sanzioni non sarebbero state applicate ai produttori italiani (promessa da marinaio…).  Con questo tetto di produzione, curiosamente l’Italia veniva “condannata” a sopperire al fabbisogno di latte, acquistandone circa il 50% all’estero e, per lo più, dalla stessa Germania, che risultava il principale Paese esportatore. In sostanza noi, Nazione di grande tradizione casearia, siamo stati per gli ultimi 25 anni il pozzo dove gli altri Paesi hanno scaricato le loro eccedenze. Il buon senso avrebbe dovuto suggerire che solo i Paesi caratterizzati da una sovra produzione dovessero porsi un limite produttivo e non certo chi tale eccesso non lo aveva. Nonostante ciò ed andando contro ogni logica l’Italia ha accettato supinamente tale meccanismo. In questo il mondo politico di allora assomiglia molto a quello attuale, nella mancanza di visione strategica degli interessi nazionali e nella incuranza del bene comune.

Il meccanismo delle quote si trasferiva poi ad ogni singolo allevatore tramite l’assegnazione di una quota di produzione individuale. Nel caso di splafonamento, l’allevatore doveva, o acquistare, o temporaneamente prendere in affitto, il diritto a produrre da un altro allevatore. In effetti poi dal 2004 gli allevatori hanno percepito un’integrazione al reddito PAC con specifico riferimento alla loro quota latte di produzione. Tuttavia proprio quello stesso anno, ricordo con precisione che il prezzo del latte “concordato” tra Sindacati agricoli e Industria casearia lombarda, diminuì esattamente di pari importo. Pertanto a tutt’oggi gli allevatori risultano formalmente sovvenzionati dall’Europa, tramite la PAC, ma in realtà il premio va effettivamente nelle tasche degli attori delle successive fasi della catena distributiva (Industria e Grande Distribuzione Organizzata). Il regime delle quote latte terminerà definitivamente il 31 marzo del 2015.

In considerazione dell’ormai prossima fine del regime di quote si possono trarre alcune considerazioni sugli effetti che esse hanno avuto sull’economia agricola italiana e sulla loro discutibile gestione.

QUOTE LATTESe il principale obiettivo delle quote era il mantenimento del reddito degli allevatori, questo non è stato evidentemente raggiunto, visto che, ad esempio il numero degli allevamenti da vacche in Italia si è ridotto a circa il 15%, da 206.268 allevamenti del 1990 a 32.696 nel 2012 (fonte Banca dati Nazionale Anagrafe Zootecnica). Il prezzo del latte si è mantenuto sostanzialmente identico a quello dell’inizio anni ’90, pari a 0,35 Euro/litro, ma si badi bene, solo dal punto di vista nominale, ma non certo per il suo valore. Infatti dai primi anni ’90 ad oggi il prezzo al consumo di latte si è raddoppiato, da 0,75 Euro/litro agli attuali 1,55 Euro/litro, quindi la differenza di valore tra prezzo al produttore e prezzo al consumo è andata tutta a beneficio delle fasi successive della filiera latte.

Si aggiunga a questo quadro mal riuscito, anche il cinismo di alcuni personaggi, spesso vicini al mondo politico/sindacale, che per il perseguimento dei propri interessi ha portato perfino ad un paradosso: hanno gonfiati i numeri della produzione annua, facendo risultare una splafonamento nazionale che probabilmente non c’è stato. Vedi sentenza del tribunale di Roma del 2013. Pare assurdo, ma in questo meccanismo riuscivano pure a lucrare e non poco. Ecco come: la maggior parte degli allevatori, a causa della progressiva erosione del reddito e per poter mantenere l’attività, sono stati costretti ad acquistare questi diritti, pagandoli profumatamente ed indebitandosi smisuratamente. “Casualmente” le quote in vendita erano commercializzate direttamente o indirettamente proprio da alcuni Sindacati agricoli, quelli stessi che dovevano difendere gli allevatori. Si aggiunga che in alcuni casi queste quote erano pure fasulle, di fatto vere e proprie truffe. Da anni sono in corso indagini della magistratura; sotto la lente d’ingrandimento dei magistrati del pool di Milano c’è ad esempio perfino Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura emanazione del Miniustero) che avrebbe gestito in modo fraudolento le ingenti risorse che l’UE mette a disposizione per il nostro Paese nell’ambito della PAC. Una brutta vicenda fatta di presunti illeciti, che dimostra l’ennesima commistione tra politica, Istituzioni e mondo imprenditoriale. In particolare sarebbe emerso che alcuni funzionari di Agea e del Sian (Sistema Informativo Agricolo Nazionale), avrebbero modificato l’algoritmo utilizzato per il calcolo del numero dei capi da latte, portando il limite superiore della vita media di una vacca da 120 a 999 mesi (83 anni di età!). Questo, non certo per errore, o in previsione di una prevista maggiore longevità delle bovine. Anche qui ecco il giochetto: le quote latte corrispondono a mucche virtuali, che danno diritto ad un premio PAC a chi ne possiede le quote. Ma chi possiede queste quote? Allevatori virtuali, ma non virtuosi. Sono 60milioni di euro che ogni anno qualcuno si è intascato senza mai avere munto una vacca. Il ritocco avrebbe aumentato di 300mila unità il numero dei capi da latte presenti in Italia, ma soprattutto di 1,2 milioni le tonnellate di latte prodotto. Di questo latte però se ne è persa traccia, ma, senza dubbio, è stato trasformato in forme di formaggio e latte alimentare “tutto” italiano.  I risultati di queste ed altre indagini, ad esempio quella denominata Commissione Lecca, furono più volte insabbiati, nonostante le evidenti truffe emerse a carico di diversi componenti del mondo del latte.

Non tutti gli allevatori però hanno accettato supinamente il regime delle quote latte, infatti un certo numero ( Cobas Latte), a fronte dello splafonamento della propria quota, non ha voluto, o potuto comprare tale diritto. A quest’ultimi lo Stato ha comminato multe assai salate, che tuttavia sono state impugnate tramite ricorsi e contro ricorsi. E così è stato che allevatori si sono schierati contro allevatori, gli uni a favore delle quote, gli altri contrari, ma tutti ugualmente perdenti sul fronte economico, oltre che manovrati proprio dalle stesse Organizzazioni sindacali poste a loro tutela.

Il groviglio di interessi accumulatosi negli anni è tale che non si comprende più chi abbia ragione e chi torto.  Insomma un grosso pasticcio, che per fortuna volge al termine.

Quello che emerge è che le quote latte sono state null’altro che un atto di una più complessa guerra commerciale in seno alla UE, portata avanti dalla Germania in primis e che ha visto soccombere, come al solito, l’agricoltura Italiana, così mal rappresentata.

 

Fausto Cavalli

Agronomo esperto di agricoltura, energie rinnovabili, economia e politica