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Colpo di scena: la zootecnia italiana non è causa di inquinamento da nitrati.

Gli antichi romani veneravano, tra gli altri, un Dio della fertilità agricola: Stercuzio o Dio dello sterco. Pur affidandosi alle preghiere verso una divinità avevano già capito che la fertilità dei terreni dipendeva dalla concimazione organica. Avevano infatti constatato che il letame, soprattutto ovino ma anche bovino e equino, utilizzato per concimare i campi e gli orti, aumentava la produzione e rendeva gli ortaggi e la frutta  più saporiti.

Lo studio completato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e presentato lo scorso 28 maggio al Ministero delle politiche agricole, scagiona definitivamente l’allevamento quale principale fonte e causa dell’inquinamento da nitrati nelle falde acquifere.  Il risultato è epocale e dà ragione al buon senso, perché per decenni si è indicato come principale causa dell’inquinamento da nitrati proprio i reflui zootecnici sparsi nelle campagne come fertilizzante organico. Lo studio mette in luce invece la prevalenza della fonte di inquinamento da fertilizzanti chimici, rispetto a quella zootecnica e la prevalenza delle sorgenti di inquinamento multiple: cioè quelle che comprendono il settore civile e industriale. In sostanza l’ISPRA assolve la zootecnia, attestando che la contaminazione delle acque è da attribuirsi solo per il 10% ai nitrati di origine zootecnica.  Pertanto risulta che l’apporto della zootecnica è sicuramente più limitato rispetto a quanto finora considerato e non è mai significativamente prevalente rispetto alle altre fonti interessate.  Fin qui la notizia in sé, ma alcuni retroscena sono interessanti da approfondire. Si perché dietro la questione nitrati ci sono degli evidenti interessi di natura economica.

Sin dalle normative del 1991, che regolano a livello europeo lo spandimento dei reflui zootecnici si era imposto un limite all’uso delle fonti zootecniche organiche nella coltivazione dei terreni. La Direttiva Nitrati del 1991, e adottata dall’Italia nel 2006 (Normativa vigente) individua le zone vulnerabili ai nitrati ed impone, per queste zone, il limite massimo di 170 unità di azoto/ettaro. Si consideri, a titolo di esempio, che la pianura bresciana, è tutta classificata come vulnerabile. Il problema dove sta? Per produrre il mais, principale alimento degli allevamenti bovini e suini, è necessario somministrare almeno da 240 a 300 unità di azoto ad ettaro. Quindi l’allevatore e qui sta il paradosso, pur disponendo gratuitamente di una sufficiente quantità di azoto di origine zootecnica, per coprire il fabbisogno delle colture è costretto ad allontanare in terreni nemmeno suoi ciò che risulta superiore al suddetto limite e ad acquistare e utilizzare per la rimanente quota il fertilizzante chimico. Strano vero? Facciamo un esempio semplice: per un ettaro di mais bisogna somministrare 300 unità di azoto, oltre che di una quota di fosforo e potassio.  L’allevamento di vacche da latte ne produce, ad esempio, l’equivalente di 300 kg, ma, a norma di legge ne potrebbe somministrare solo 170 kg con le deiezioni di allevamento e utilizzare la rimanente quota necessaria di 130 kg con l’azoto di origine chimica. La rimanente quota invece di azoto di origine zootecnica deve essere ceduta, pagando pure, ad un altro agricoltore che non copre tale quota e che probabilmente si trova pure a decine di chilometri di distanza, con un conseguente ulteriore aggravio dei costi per il trasporto.  In sostanza l’allevatore, pur disponendo dell’azoto, fosforo e potassio necessari alle coltivazioni, ne deve acquistare dell’altro di origine chimica per soddisfare i fabbisogni, perché la direttiva ha stabilito che solo quello di origine zootecnica è inquinante, l’altro no! Ma come si produce l’azoto chimico, denominato urea o nitrato ammonico? Essi sono sintetizzati dall’ammoniaca, che è un rifiuto tossico (speciale) della raffinazione del petrolio, ma anche della combustione del carbone. Per produrre 1 kg di urea serve l’equivalente di 4 lt di petrolio. Le multinazionali del petrolio e del carbone hanno pensato bene di smaltire (guadagnandoci) l’ammoniaca, anziché come un rifiuto, come un concime minerale. Principalmente per soddisfare questi interessi economici gli agricoltori, sono stati indotti a pensare che l’azoto di origine zootecnica sia danno, pertanto spendono denaro inutilmente in concime chimico, quando potrebbe ro meglio soddisfare le esigenze colturali con la concimazione organica di origine zootecnica. Ecco che allora lo studio realizzato da ISPRA smonta tanti luoghi comuni e deresponsabilizza la zootecnia della Pianura Padana, evidenziando “la non attribuibilità della responsabilità del processo di contaminazione da nitrati alle sorgenti zootecnico prevalente”.

A questo punto la metodologia messa a punto da ISPRA e i risultati raggiunti consentono l’apertura di un dibattito scientifico, da portare anche a livello europeo, in modo da affrontare il problema della Direttiva Nitrati in maniera più equilibrato e senza colpevolizzare inutilmente la zootecnia.

Fausto Cavalli

Agronomo esperto di agricoltura, energie rinnovabili, economia e politica