Il modello europeo di Società neoliberista, ovvero per chi suona la campana

La teoria economica neoliberista, si pone come scopo l’esaltazione del libero mercato, ma, più propriamente in essa il particolare soggetto è l’impresa. . L’obiettivo, sia chiaro, non è però quello di favorire l’impresa nel suo complesso, cioè a vantaggio anche dei lavoratori, bensì quello di massimizzare il profitto esclusivamente dell’imprenditore e degli eventuali suoi soci.  Non esiste un limite a questo profitto, il quale può essere anche smodato. In questo contesto il mercato si regolerebbe da solo attraverso il meccanismo della competizione, mentre lo Stato detta alcune regole basilari, senza troppo comprometterne l’andamento. Il risultato: le persone sono consumatori, che, tramite gli acquisto di merci, favoriscono il maggior profitto delle imprese. Il costo del lavoro deve essere compresso il più possibile, essendo una componente non fissa del costo di produzione.

Quale futuro per Centrale del Latte di Brescia ?

La storia della Centrale del Latte di Brescia S.p.A. ha inizio nel 1930 e parte ovviamente dal latte. Scopo della Centrale del Latte di Brescia era infatti assicurare ai cittadini il controllo igienico di questo alimento e garantirne ogni giorno la distribuzione. Dal 1931 a oggi la produzione, oltre al latte, passa per i latticini, uova, verdure di 4° gamma, affettati e una linea di prodotti biologici. I risultati economici della Centrale parlano di un fatturato complessivo pari ad oltre 54 milioni di euro (anno 2013) e utili che da anni superano il milione di euro. La Centrale storicamente era partecipata quasi per intero dal Comune di Brescia, salvo una piccola quota detenuta dalla Provincia ed una dalla Camera di Commercio. A causa delle difficoltà di bilancio creata in particolare dalla realizzazione della metropolitana a Brescia, il Consiglio Comunale, in data 19.12.2013, ha approvato l’indirizzo a ridurre fino al 52% delle quote la propria partecipazione detenuta in Centrale. Con la vendita degli ultimi due lotti delle quote di Centrale del Latte Brescia e con un’offerta di 4,45 euro ad azione, Coldiretti Brescia Hc. Srl si è aggiudicata i due residui lotti posti in vendita dal Comune.  L’altro partecipante al bando, la Nuova Emilgrana di Bergamo, aveva invece messo sul tavolo 4,03 euro ad azione. Coldiretti, in questo modo, prosegue la scalata volta alla conquista della Centrale, diventando così il secondo socio dopo il Comune, con il 12,65%. La Centrale del Latte a questo punto vede il proprio capitale così suddiviso: Comune di Brescia 54 %, Coldiretti Hc srl 12,7%, Iniziative Alimentari (Ambrosi, Lonati, ecc.) 11,7%, BIM (Consorzio Comuni Valcamonica) 5,9%, Cooperativa Latte Brescia 5,9%, Nuova Emilgrana (Gruppo Zanetti SpA) 5,8%, Cooperativa Produttori latte indenne Brescia 3%, Agrilatte Cooperativa 2,9%. 

Agroalimentare italiano? Non pervenuto

L’industria agroalimentare è considerata da tutti il vero “gioiellino” dell’industria italiana. E’ fortemente esposta ai consumi nostrani, ma anche sempre più votata all’export (Russia permettendo…). Le 55 mila imprese attive nel settore sono in gran parte di piccole dimensioni e, se va sempre peggio la domanda interna, hanno cercato di compensare con un aumentato delle esportazioni. Secondo comparto manifatturiero del Paese, con 127 miliardi di fatturato e circa 390 mila addetti (10% della manifattura), l’industria alimentare costituisce, assieme alla moda, l’emblema dell’italian way of living. Secondo l’indice delle eccellenze competitive dell’Italia stilato dalla Fondazione Edison, il nostro Paese detiene la prima posizione nell’export mondiale di pasta (1,8 miliardi di dollari), la seconda nell’export di vini (3,9 miliardi di dollari), la terza nell’export di cioccolata e di altre preparazioni alimentari contenenti cacao (890 milioni di dollari). Tutto bello quindi, forse non proprio!

Er pasticciaccio brutto de…le quote latte

Il regime delle quote latte è uno strumento di politica agraria comunitaria che impone agli allevatori europei un prelievo finanziario per ogni chilogrammo di latte prodotto oltre un limite stabilito (quota latte). Curiosamente sono gli acquirenti di latte (latterie, caseifici, ecc.) a fungere da sostituti d’imposta. La quota è dunque “una sorta di autorizzazione amministrativa a commercializzare il latte senza pagare penale”. Scopo delle quote latte era evitare che la produzione di latte europea, diventando eccessiva, portasse a cali nel prezzo di vendita alla stalla, con quindi perdita di profitto per gli allevatori. Il quantitativo di riferimento di produzione di latte fu fissato con il reg. Cee 856 del 1984. Per l’Italia si presero a riferimento i presunti quantitativi di latte consegnati dai produttori alle imprese di trasformazione riferiti al 1983: le rilevazioni indicarono che il totale venduto dai produttori ammontava a 8.823 milioni di tonnellate. Tuttavia il nostro Paese era tra i pochi, oltre a Spagna e Grecia, a non registrare in quel periodo alcun eccesso produttivo, anzi importava la metà del latte consumato.

L’economia Italiana di male in peggio

Ecco un ennesimo grafico che la dice lunga sui “successi” economici dell’Italia negli ultimi anni: mostra la crescita del PIL trimestrale nei vari Paesi appartenenti al G7, rispetto al trimestre precedente, ponendo come base 100 il quarto trimestre del 2007.
Ben, anzi, male:  l’Italia è la nazione che dal 2000 non è più cresciuta economicamente.
Quindi, la domanda è: con le attuali politiche economiche dettate dalle normative UE e dal Governo, dove si andrà a finire?  Come potrà crescere in modo robusto e duraturo, con una parte significativa del  tessuto economico fortemente compromesso, in condizioni e con i conti pubblici che sono  diventati via via sempre più fragili  rispetto ad allora?
La risposta purtroppo pare assai semplice: con le attuali regole economiche, cioè senza poter contare su di una moneta sovrana e in assenza di politiche espansive, non potrà crescere.
Si aggiunga che negli ultimi trimestri la produzione industriale è anch’essa in forte calo. ( http://scenarieconomici.it/produzione-industriale-sempre-agonizzante/)
Urge un cambiamento netto di politiche economiche, che guardino agli interessi dei Cittadini!
Fausto Cavalli

Fiscal Compact e TTIP: l’atto finale per rendere irreversibili le cessioni delle Sovranità europee

Le istituzioni europee, o, meglio, una oligarchia autoreferenziale non eletta da nessuno e pertanto in contrasto con i più elementari principi di democrazia, stanno sempre più attivando meccanismi automatici, col fine apparente di puntellare l’insostenibilità dell’euro. Ciò determina sempre più l’espropriazione delle rispettive Sovranità degli Stati membri, sia in termini di politica economica, ma anche delle stesse identità dei rispettivi Paesi. La costruzione monetaria europea ha dimostrato negli anni l’impossibilità di supportare le differenze fra le economie dei Paesi membri. L’adeguamento a un modello economico, i cui dogmi sono sintetizzati nella stabilità dei prezzi, nell’ossessivo contenimento dell’inflazione, nel rigore dei conti e nel pareggio di bilancio come presupposto per la crescita, hanno fatto letteralmente sprofondare le economie continentali in una crisi economica paragonabile solo a quella del ’29. La realtà è che l’euro non è una moneta sovrana, ma un accordo di cambi fissi, regolato da stretti vincoli macroeconomici sanciti dai Trattati, senza quindi uno Stato sottostante che ne determini i normali e logici aggiustamenti congiunturali. Ne consegue che l’euro è l’unica moneta mondiale alla cui rigidità deve adeguarsi l’economia reale e non viceversa, come dovrebbe logicamente essere.