Economia circolare, dagli scarti caseari alla plastica biodegradabile

Con un prezzo del latte in caduta libera, urgono idee e nuovi approcci. Il principio dell’economia circolare ne offre alcuni di grande interesse, come quello di realizzare una plastica biodegradabile a partire dal latte di vacca. L’idea iniziale è venuta a Tessa Silva-Dawson, studentessa di design al Royal College of Art di Londra. Il nuovo materiale è un prodotto di crescente interesse, spiega la designer, se si pensa a come il prezzo del latte sia precipitato sotto quello dell’acqua in bottiglia. Proporre l’applicazione di questa materia per prodotti diversi da quello alimentare potrebbe promuovere l’industria lattiero-casearia. Inoltre, il siero di latte,cioè lo scarto della lavorazione del latte in formaggi, spesso viene sprecato in grande quantità. Con lo sviluppo di quest’idea non si aumenterebbe la produzione del latte, ma si riutilizzerebbe una materia comunemente sprecata, ma ampiamente disponibile”. Presto fatto: anche l’Italia non è da meno con il progetto BIOCOSÌ. Sviluppato dall’ENEA in collaborazione con la start-up pugliese EggPlant, Biocosì (tecnologie e processi innovativi per la produzione di imballaggi 100% BIOdegradabili e COmpostabili per un’industria Sostenibile, economica/circolare ed Intelligente) trasformerà in 18 mesi i rifiuti caseari in risorse, ridisegnando il packaging in chiave sostenibile e introducendo materiali biodegradabili nelle linee produttive.

L’agricoltura ha paura dei robot?

Come sarà l’agricoltura del futuro?
Oggi la classica scampagnata tra i campi è fatta ancora dell’odore di fieno, il rombo del trattore e quella sensazione di essere nella natura, lontani da semafori e dal traffico, dai computer e wi-fi; trovi la fattoria, la semplicità del contadino, i ritmi della natura.
In futuro potrebbe non essere più così, i contadini quasi scompaiono, il casolare, se rimane, è ristrutturato in una centrale operativa di agri scienza. Antenne ovunque, nessun rombo di trattore, solo un sommesso ronzio di decine di droni che sorvolano come api i campi e trasmettono miliardi di dati alla centrale. Poi il computer dirà ai robot seminatori dove piazzare il seme e quanto, così come per fertilizzare, diserbare e raccogliere. Se andate a leggervi Isaac Asimov ne Il Sole nudo, trovate tutto ciò già descritto con settant’anni di anticipo e quello che ha predetto non è poi così bucolico.

La caccia alle streghe sul biogas agricolo

La “caccia alle streghe” è un modo di dire molto comune che, in senso figurato assume il significato di persecuzione e/o messa al bando di persone giudicate pericolose sulla base di sospetti, preconcetti, tabù infondati, come accadeva nel medioevo quando le streghe, in realtà solo donne sfortunate, le bruciavano a furor di popolo. Il fenomeno del biogas in Italia pare subire lo stesso tipo d’irrazionale pregiudizio, fomentato da poco chiari interessi  verso altre forme di produzione energetica (petrolio, gas), ma soprattutto da ignoranza, da leggersi non solo come mancanza di conoscenza. Come esempio di tale sospettoso approccio propongo un articolo comparso di recente su di un giornale locale Ragusanews, e a firma di Irene Savasta.

Benvenuti al villaggio Monte Maddalena, la montagna di casa dei bresciani dove “è severamente vietato soffermarsi”

A 15 minuti di macchina da Piazza Arnaldo, là dove si svolge la movida bresciana, si trova Il Villaggio Monte Maddalena.  Correva l’anno 1956 quando coraggiosamente alcuni imprenditori bresciani seppero progettare un villaggio residenziale turistico proprio sulla cima del monte Maddalena. Parliamo di un luogo senza dubbio ameno, posto su di una balconata naturale a 800 metri di quota, ricco di boschi, sentieri e una vista che spazia su tutto il nord Italia, dai monti Berici da Est, fino al Monviso e Monte Rosa a Ovest, la catena Appenninica a Sud, il monte Guglielmo e l’Adamello a Nord, senza dimenticarsi dell’intera visione del lago di Garda e dell’intera pianura Padana. Insomma un posto che dal punto di vista paesaggistico sarebbe veramente unico, un vero patrimonio che farebbe invidia a tante Città di mezza Europa, se non fosse che è stato deturpato barbaramente.

La scuola della terra

Mentre su Milano Expo 2015 (nutrire il pianeta) si è pensato di farsi sponsorizzare da grandi multinazionali come Coca-Cola e Mc Donald’s, in un lontano paesetto del Cilento, una semplice preside d’istituto elementare ha avuto l’idea, ben più sensata, di promuovere la cultura del cibo quale prodotto strettamente legata all’agricoltura locale ed alla terra. Due proposte molto lontane tra loro, ma quale delle due può davvero nutrire il pianeta? Questa è la storia di colei che è nata nella tristemente nota Terra dei fuochi, dove “ci ribelliamo da molti anni, invisibili agli occhi dei grandi media”, da una famiglia di contadini che ha resistito alle lusinghe della speculazione edilizia e alle minacce della camorra.

Colpo di scena: la zootecnia italiana non è causa di inquinamento da nitrati.

Gli antichi romani veneravano, tra gli altri, un Dio della fertilità agricola: Stercuzio o Dio dello sterco. Pur affidandosi alle preghiere verso una divinità avevano già capito che la fertilità dei terreni dipendeva dalla concimazione organica. Avevano infatti constatato che il letame, soprattutto ovino ma anche bovino e equino, utilizzato per concimare i campi e gli orti, aumentava la produzione e rendeva gli ortaggi e la frutta  più saporiti.

Lo studio completato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e presentato lo scorso 28 maggio al Ministero delle politiche agricole, scagiona definitivamente l’allevamento quale principale fonte e causa dell’inquinamento da nitrati nelle falde acquifere.  Il risultato è epocale e dà ragione al buon senso, perché per decenni si è indicato come principale causa dell’inquinamento da nitrati proprio i reflui zootecnici sparsi nelle campagne come fertilizzante organico. Lo studio mette in luce invece la prevalenza della fonte di inquinamento da fertilizzanti chimici, rispetto a quella zootecnica e la prevalenza delle sorgenti di inquinamento multiple: cioè quelle che comprendono il settore civile e industriale. In sostanza l’ISPRA assolve la zootecnia, attestando che la contaminazione delle acque è da attribuirsi solo per il 10% ai nitrati di origine zootecnica.  Pertanto risulta che l’apporto della zootecnica è sicuramente più limitato rispetto a quanto finora considerato e non è mai significativamente prevalente rispetto alle altre fonti interessate.  Fin qui la notizia in sé, ma alcuni retroscena sono interessanti da approfondire. Si perché dietro la questione nitrati ci sono degli evidenti interessi di natura economica.

Energia, ecologia, sostenibilità

Il male oscuro che colpisce gli allevamenti da latte diffusi in particolare nella Pianura Padana si chiama “latte sotto costo”. Da anni, direi da almeno un decennio, il latte che produce un allevamento è venduto all’industria casearia ad un prezzo inferiore a quello di produzione (0,40 euro/litro con un costo di 0,50). Stiamo parlando di un fenomeno che riguarda decine di migliaia di aziende e che muove almeno il 70% del latte italiano e quindi delle conseguenti trasformazioni lattiero casearie del calibro di: Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Provolone, Gorgonzola, ecc. In considerazione poi che il prezzo del latte è in questo momento perfino in calo ed equivarrebbe, calcolandolo con le vecchie lire, al prezzo dei primi anni novanta, è del tutto evidente che siamo di fronte ad una situazione sempre meno economicamente sostenibile. A ciò si aggiunga che le famose quote latte istituite dalla UE nel lontano 1987  e che ponevano un tetto produttivo, cesseranno al 31/03/15. Quindi tutti a produrre ancora più latte? Non pare proprio. La terra disponibile per le coltivazioni è sempre di meno e così anche quella utilizzabile a norma di Direttiva Nitrati per gli spandimenti dei reflui. A fronte di un prezzo del latte così basso, conti alla mano, al produttore non conviene più aumentare la produzione, pena la moltiplicazione delle perdite. Si perché in questo campo di attività economica, l’effetto positivo della così detta economia di scala non funziona tanto bene. Ma allora cosa può fare il “povero” allevatore per sopravvivere come azienda?

La risposta in sé è piuttosto semplice: cambiare approccio.

Il Grana Padano DOP di Calvisano

É tra i promotori dell’iniziativa Mercati del Contadino Giuseppe De Stanchina, titolare dell’Azienda Agricola Balestre, con sede a Calvisano nella cascina da cui ha tratto il nome e che da più di un secolo è proprietà della famiglia che praticamente da sempre ha nell’agricoltura e nell’allevamento la sua attività principale. Sono invece vent’anni che Giuseppe, sostenuto da Milena moglie e presenza attiva nella vendita dei prodotti aziendali, ha deciso di seguire gl’insegnamenti del nonno impegnandosi a tempo pieno nella conduzione dell’impresa e dando nuova vita alle caldaie in rame datate ’49 e ancora capaci di dare il loro fondamentale contributo nella produzione di un Grana Padano DOP che lo ha fatto conoscere agli estimatori di tutta la provincia.

Luci e ombre sul ritorno all’agricoltura

Negli anni ’50 eravamo una terra di agricoltori che iniziava a diventare operaia. Poi, nel giro di un paio di decenni è diventata anche d’impiegati. Ai figli degli impiegati era stato previsto e promesso un lavoro creativo, gratificante e non noioso. Tuttavia, complice la crisi economica e l’avvento dell’euro, si sono ritrovati, molto più prosaicamente, senza un lavoro; e siamo ad oggi. Così, come negli anni cinquanta, alcuni emigrano all’estero in cerca di fortuna, altri, aspettano tempi migliori, si sono adattati ai lavori più umili, alcuni però stanno riscoprendo i campi e la terra come professione. Nel 2013, le iscrizioni ai dipartimenti di agraria in tutta Italia sono aumentate del 40%. Nel medesimo anno, il valore aggiunto dell’agricoltura italiana è cresciuto del 4,7%, mentre il Pil italiano cadeva di quasi due punti percentuali. Questo grazie anche all’export agricolo italiano, che è cresciuto del 5%, trascinando anche un certo aumento dell’occupazione.

Con il biogas si semplifica l’uso dei reflui zootecnici

Il 27 novembre è stato approvato in sede di Conferenza Stato-Regioni lo schema di decreto sulla revisione delle norme relative alla gestione degli effluenti di allevamento e sull’utilizzazione agronomica del digestato prodotto dagli impianti di digestione anaerobica. Il decreto attua finalmente l’articolo 52 del “Dl Crescita” (Dl 83/2012) e definisce le caratteristiche e le modalità d’impiego del digestato, equiparandolo ai concimi chimici, nonché le modalità di classificazione delle operazioni dalla disidratazione alla essiccatura. Un altro passo nella giusta direzione per il riconoscimento del digestato quale ottimale concime organico in sostituzione dei concimi chimici (di origine petrolifera…..). Il Comunicato congiunto è frutto di un’approfondita istruttoria, a cui hanno preso parte le Regioni, i Ministeri dell’Ambiente e della Salute e le Associazioni di categoria e conferma quanto già indicato nella normativa dell’agosto 2012. Con esso si guarda al futuro dell’agricoltura in un contesto di rafforzamento della sostenibilità ambientale delle produzioni agricole e alla diversificazione di tipo energetico-rinnovabile delle attività.